Come mi capita sempre, nel blog di Francesca è impossibile non trovare qualche titolo che
mi incuriosisca o qualche recensione che mi colpisca talmente tanto da non poter più
rimandare. Aspetto che arrivi “il momento” della Atwood da anni. In realtà io e “Il racconto
dell’ancella” ci guardiamo da lontano da parecchio, ma confesso che finora mi mancava il
coraggio di affrontare un tema così impegnativo, così, non sentendomi ancora pronta, ho
pensato di avvicinarmi a questa autrice con una versione originale dell’Odissea, Il Canto di
Penelope.
Nell’anno in cui è uscita al cinema l’Odissea di Nolan, c’è stato un gran parlare di
quest’opera di cui tutti, anche bambini delle elementari, conoscono a grandi linee la trama,
ma che pochi, pochissimi, possono dire di aver letto dal primo all’ultimo verso. Io sono una
di queste che, pur avendo studiato greco al liceo e pur avendo una figlia che si chiami
Penelope, non ho mai avuto il coraggio di iniziarne una lettura totale. Eppure, dopo aver
visto il film, anche in me è scoppiata la voglia di approfondire un tema che ho sempre
sentito molto vicino ed anche molto mio.
Penelope. Quanti anni ho impiegato a maledirla e amarla contemporaneamente, a
cercare di capire cosa si celasse dietro una figura così pragmatica, ma allo stesso tempo
anche romantica! Detestavo questa donna che per vent’anni aspetta il ritorno del suo
uomo, nonostante aedi e rapsodi insinuassero, come sappiamo a ragione, le molteplici vite
che Odisseo viveva. Con l’età, la mia che avanza, e anche grazie a libri di recente lettura,
ho invece imparato a capire la grande intelligenza dimostrata da Penelope, e non parlo
solo dell’astuzia con cui architetta un piano (fare e disfare la tela) con cui rimandare il
momento della scelta di un pretendente che possa rimpiazzare la figura di Odisseo, da
molti ritenuto morto, mi riferisco in realtà soprattutto alla forza e alla tenacia da lei
dimostrate, per tenere e mantenere saldo il potere.
L’originalità di cui dobbiamo ringraziare la Atwood è senz’altro aver dato voce ad una
figura che per secoli era stata lasciata sul fondo di un racconto, come è successo ad ogni
figura femminile della mitologia, in realtà. Attraverso le sue parole, espresse con ironia e
sagacia, troviamo l’affermazione, invece, di una figura che sa andare molto al di là della
donna fedele che aspetta il ritorno dalla guerra del marito. La Penelope che ci presenta la
Atwood risente inevitabilmente di una visione femminista del personaggio, emerge
un’acredine nei confronti del mondo maschile che a me è sembrata, in alcuni passi, più
una forzatura contemporanea che una lettura reale di un’epoca in cui, malauguratamente,
una donna aveva poca voce in capitolo per qualsiasi tipo di scelta, soprattutto nello
scegliersi il marito!
Il coro delle dodici ancelle, uccise da Odisseo e Telemaco, con cui la Atwood intervalla i
capitoli, mi hanno colpito molto per la violenza e la brutalità delle parole, ma sono
sicuramente lo specchio più reale e silenzioso di voci inascoltate e messe a tacere.






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